La Vergogna

 

Quando mi fu commissionato un lavoro sul carcere delle Vallette di Torino decisi di concentrarmi sulla famiglia, sulle persone che dall’esterno portano un po’ di “casa” all’interno di un luogo che con l’abitudine diventa una seconda casa. Pensai quindi di puntare l’attenzione sul pacco che viene preparato con vestiti, cibo e libri e di seguirlo in tutto il suo percorso dalla preparazione a casa fino alle porte del carcere. Contattai diverse famiglie attraverso avvocati e amici ma nessuno volle farsi ritrarre. Anche chi in un primo momento mi dava la sua autorizzazione veniva immediatamente convinto da altri familiari che non fosse una buona idea. Cominciai a sentire parole che nel corso del lavoro si ripetevano sempre uguali:“Ci ha sputtanati”, “Per me è come se fosse morto”, “Ci ho messo anni a rifarmi una reputazione e se adesso mi pubblichi sul giornale comincia tutto da capo”, “Mi vergogno!”. Pensai che non sarei mai riuscito a portare a casa il lavoro. Un giorno decisi di andare davanti al carcere durante l’orario di ricevimento dei parenti, chiesi ad una signora se potessi farle una foto col suo pacco, mi rispose con un secco no. Mi venne un’idea e le chiesi “E se le taglio la testa nell’inquadratura?”. Riuscii a scattare la prima foto ed ascoltai storie, sentii ancora 100 volte la parola “vergogna”.

 

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